La famiglia tradizionale… che non è.

Italia, anno ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi 2016.
Questa maniera di dare inizio a un articolo forse riesce a rendere bene l’idea del clima che si respira da molti giorni a questa parte, un clima di amarcord, un “suggestivo” scontro dialettico che assume alle volte connotati medievali.
Il DL Cirinnà che si propone di legiferare in materia di unioni civili e adozioni gay sembra proprio aver infervorato gli animi di chi proprio non ci sta all’accettare quello che definiscono un “cambiamento antropologico” che andrebbe a modificare definitivamente e drasticamente la “famiglia tradizionale“.
Ci si trova dinanzi a due concetti, quello di cambiamento antropologico e famiglia tradizionale, cui l’uno viene pronunciato con voce tremula e negli occhi lo spaesamento di chi ha dimenticato che senza tali cambiamenti non saremmo ciò che siamo, l’altro è un’invenzione di sana pianta.

I cambiamenti antropologici sono sempre presenti, come non potrebbero (?), nella storia dell’umanità, è francamente impossibile scindere i cambiamenti antropologici dal fenomeno umano. L’ invenzione della scrittura ha generato un cambiamento antropologico, lo ha determinato la scoperta dell’America nella concezione che l’uomo aveva di se stesso, la produzione fordista ha indotto altri cambiamenti antropologici dove l’uomo non era più il soggetto storico della produzione; in ogni epoca storica è possibile individuare cambiamenti più o meno determinanti che hanno generato più o meno sgomento e paure, comprensibili per certi versi, tra gli individui che di volta in volta ne sono stati artefici/spettatori.
Ogni epoca e società hanno visto la messa in discussione e la destrutturazione di concetti socialmente accettati e popolarmente riconosciuti come tradizionali; oggi è il turno della famiglia cui carattere di tradizionalità è immediatamente accantonato dalla lettura di alcuni versetti estratti dal libro della Genesi.

30 Poi Lot partì da Zoar e andò ad abitare sulla montagna, insieme con le due figlie, perché temeva di restare in Zoar, e si stabilì in una caverna con le sue due figlie. 31 Ora la maggiore disse alla più piccola: «Il nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, secondo l’uso di tutta la terra. 32 Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». 33 Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il padre; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò. 34 All’indomani la maggiore disse alla più piccola: «Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va’ tu a coricarti con lui; così faremo sussistere una discendenza da nostro padre». 35 Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò. 36 Così le due figlie di Lot concepirono dal loro padre. 37 La maggiore partorì un figlio e lo chiamò Moab. Costui è il padre dei Moabiti che esistono fino ad oggi. 38 Anche la più piccola partorì un figlio e lo chiamò «Figlio del mio popolo». Costui è il padre degli Ammoniti che esistono fino ad oggi.
Genesi 19. 30-38

Qualunque membro della famiglia “tradizionale” inorridisce al solo pensiero di una relazione incestuosa con le proprie figlie, eppure proprio in uno dei libri cardine della cristianità un tema come l’incesto è presente nel testo tanto quanto nelle implicazioni logiche . Perchè?
La risposta è più scontata di quanto possa apparire, la famiglia tradizionale semplicemente non è, è essa stessa frutto di un cambiamento antropologico, basti pensare che la monogamia è fondamentalmente uni “invenzione” delle società occidentali.

La questione politica resta aperta, è logico che vi sia uno scontro tra posizioni differenti, per quanto una possa essere considerata antistorica in quanto si nega al divenire, ma da un punto di vista antropologico e sociale tutto ciò può essere considerato come niente più e niente meno che una tappa nella dialettica del fenomeno umano che o è “liquido” o, anche qui, non è.


 

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Quanti incubi sono necessari per un solo sogno americano…

Il duro lavoro, il coraggio, la determinazione, gli ingredienti essenziali per raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Il Sogno Americano, la condensazione in poche parole del sistema etico protestante (calvinista) in chiave funzionale al sistema capitalistico.Già il sociologo Max Weber poneva in relazione la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista.

max

Ebbene, in effetti, il sogno ha trovato nel mondo un’incredibile quantità di sognatori, affascinando politici, intellettuali, persone di qualunque genere o estrazione culturale. Si tratta del prodotto capitalistico che più di altri ha assunto una natura interclassista, d’altronde un sogno non si nega a nessuno.
Per utilizzare le parole dell’ attore e commediografo statunitense George Denis Patrick Carlin:

“Lo chiamano il sogno americano, perché devi essere addormentato per crederci.”

Un sogno non necessita di fondamenta solide e, essendo un sogno appunto, gli estimatori di quello americano glissano magistralmente le condizioni generali in cui l’American Dream sarebbe, quantomeno, accettabile.
Parlare di sogno americano, infatti, dovrebbe presupporre condizioni che non esistono. Le condizioni individuali sono diverse e variano di sognatore in sognatore.
Il sogno di Bill Gates, il cui padre William H. Gates II era un noto avvocato mentre la madre Mary Maxwell sedeva nel consiglio di amministrazione di First Interstate BancSystem e United Way, è certamente più concreto di quello posseduto da un sognatore medio che magari, per la realizzazione del proprio sogno, acquista un pc con sistema operativo Microsoft Windows contribuendo alla costante realizzazione di quello di Bill.
Un altro aspetto che gli estimatori dell’American Dream sembrano sottovalutare è che viviamo in un mondo in cui solo i mercati sono stati globalizzati, da quello finanziario a quello delle merci passando per quello del lavoro.
Il sogno di qualcuno che può permettersi di attingere alle risorse, umane e materiali, dei paesi “in via di sviluppo” rischia di essere molto più economico, e molto meno prossimo al fallimento, di chi magari si trova ad operare in un contesto pienamente occidentale, esautorato da sogni e sognatori.
In Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), Sigmund Freud afferma:

Il successo non va di pari passo con il merito. L’America non ha preso il nome da Colombo.

L’ebbrezza del sogno ha portato, tra l’altro, alcuni paesi a giustificare l’apertura del mercato del lavoro a sistemi tanto odiosi quanto mortificanti, dalla flessibilità al precariato, dal pagamento a provvigioni al caporalato nei confronti delle partite IVA.

Insomma il sogno americano è un prodotto di cui molti possono usufruire, sognare costa veramente poco,ma coloro che possono realmente goderne si contano sulle dita di una mano. Per ogni sognatore che ce l’ha fatta, migliaia sono quelli che passeranno notti insonni.

Ucraina, Russia, USA. La piccola Europa non sa che fare

Più di 5000 morti in circa dieci mesi, la crisi ucraina diventa sempre più nera riportando tra Mosca e Washington un clima che non si respirava di tempi della guerra fredda.
La cortina di ferro che sembra ripresentarsi, lo fa spogliata dei suoi motivi ideologici. Un muro contro muro tra le potenze che nel ‘900 la facevano da padrone si mostra con tutta la disillusione degli interessi geopolitici.
La scintilla che ha condotto alla deflagrazione ha avuto luogo nella piccola penisola della Crimea, un piccolo settore di terra emersa sulle sponde settentrionali del Mar Nero che copre un’importanza strategica non indifferente, rappresentando la possibilità di un accesso diretto al Mediterraneo.
La questione ucraina è andata via via degenerando sino alla vera e propria guerra civile nel Donbass. Le parti si accusano vicendevolmente, Poroshenko denuncia la presenza di militari russi tra i ribelli indipendentisti mentre dal Cremlino si accusa il governo ucraino di essere nato all’indomani di un colpo di stato.

Ukraine, Donbass Region

Ukraine, Donbass Region

Gli USA che, dopo gli anni della famiglia Bush, sembrano riprendere posizioni guerrafondaie si dichiarano pronti ad armare l’Ucraina, a dirlo è il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, una sorta di “Facciamo la guerra a Putin ma… da lontano“.
Anche la NATO parrebbe, qualora vi fosse la necessità, disponibile all’appoggio militare e lo fa sapere per bocca del generale Philip Breedlove, comandante delle forze NATO in Europa.

Tra i due giganti l’Europa che fa?
Le sanzioni emanate contro Mosca già vanno ritorcendosi contro il vecchio continente dipendente, come un neonato dal latte materno, dalle materie prime (gas su tutte) provenienti dal vicino sovietico.
D’altro canto il rapporto che lega l’Europa agli Stati Uniti è fortemente consolidato, detto fuori dai denti si tratta di un rapporto fondato sulla sudditanza dell’una nei confronti degli altri.
La stessa opinione pubblica si spacca. Vi è chi, nostalgico del blocco sovietico o semplicemente antiamericano, vede in Vladimir Putin la figura del “Liberatore in pectore” e chi, al polo diametralmente opposto, sogna una pax americana globale che la storia ha dimostrato non essere poi così tanto “pax“.

La piccola Europa si trova proprio nella scomoda posizione di chi sa che qualunque cosa decida, sarebbe sempre e comunque la scelta sbagliata.

Grecia: Syriza e la strana alleanza in assetto bellico.

“Una mattina, mi son svegliato, oh bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao!
Una mattina, mi son svegliato, e ho trovato l’invasor”

Sulle note di Bella Ciao, noto canto partigiano e di resistenza italiano, si è chiusa la campagna elettorale di Alexis Tsipras, si è ballato alla festa per l’elezione e ancor prima, le stesse note, hanno accompagnato il viaggio “paneuropeo” del greco quando era candidato alle elezioni europee.
D’un colpo la musica s’interrompe e il leader di Syriza, uscito vittorioso dalle urne ma non avendo ottenuto la maggioranza assoluta, stringe un’alleanza (più strettamente pragmatica che di governo) con i “Greci Indipendenti“, partito della destra nazionalista.
Perchè?

Certo assistere a un tale accordo da paesi come l’Italia può lasciare quantomeno interdetti.
Andiamo per gradi, se il problema in Italia (paese fondamentalmente conservatore) il grattacapo è quello di come riuscire a pagare una rata del mutuo, in Grecia la devastazione è profonda, ci si trova dinanzi al problema di come reperire medicinali, come curarsi quando un disoccupato (condizione che accomuna migliaia di cittadini elleneci) perde il diritto all’assicurazione sanitaria. Il problema nella penisola, estremo sud della zona balcanica, è uno stato sociale completamente smantellato.
Se le responsabilità di un tale disastro, con la mortalità infantile che ha fatto segnare un +40%, sono inevitabilmente legate a una gestione sconsiderata della cosa pubblica negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’euro (cosa di cui gli stessi greci sono consapevoli) è altrettanto inevitabile non notare come, negli ultimi tre anni, la scure dell’austerità mossa dalla Troika abbia dato il colpo di grazia ad un malato che già affannosamente tentava di risollevarsi. L’Europa, più che un progetto di fratellanza tra popoli ha rappresentato, e continua a rappresentarlo, il freddo esecutore di condanne capitali.

Qui si rivela tutto il pragmatismo dell’accordo Syriza-Greci Indipendenti. Nei fatti, l’unico punto che accomuna le due formazioni politiche è l’anti-austerità, più per la forma che per la sostanza poichè anche su questo le soluzioni proposte sono distanti anni luce. I numeri dei seggi conquistati aiutano a capire quanto possa contare il partito nazionalista greco riguardo a temi che esulano da quello che è alla base dell’accordo, immigrazione uno su tutti; Syriza detiene 149 seggi rispetto ad una maggioranza assoluta di 151.

Un secondo aspetto da considerare è quello simbolico, la politica è anche questo. Opinione in molti paesi è quella che i fili delle scelte che in questi anni hanno guidato l’Europa sono mossi direttamente dalle stanze della cancelleria tedesca e il primo atto di Tsipras, come presidente greco, quello di portare fiori al poligono di tiro di Kesariani di Atene dove i tedeschi trucidarono 200 greci, è sembrato anche essere un segnale alla Germania: “Il passato non può essere dimenticato”. Un passato fatto anche di ingenti aiuti economici, provenienti da tutto il continene, destinati alla Germania post bellica.
Lo stesso Alexis Tsipras ha dichiarato: «La diri­genza tede­sca non ha il diritto morale di negare quello che è stato con­cesso alla stessa Ger­ma­nia» e ancora, «Riscuoteremo anche i crediti di guerra».
L’alleanza con Panos Kammenos va quindi ad inserirsi anche in un contesto fatto di immagini e suggestioni poichè il leader dei greci indipendenti si è reso “protagonista” con uscite del tipo «L’Europa è governata da tedeschi neo-nazisti»

La logica del nemico del mio nemico è un mio amico è sempre esistita, dai latini ai normanni, è un approccio pragmatico che ha contraddistinto gli stessi anni della resistenza al fascismo in Italia. Solo considerando l’insieme delle componenti si può ottenere un quadro completo di una situazione che, può  piacere o non piacere, in Grecia ha portato a scegliere non tra schieramenti politici differenti quanto, più in generale tra continuità con le politiche di austerity e rottura su tutti i fronti con rispetto a un determinato modo di rimediare a una crisi che ha contribuito ad aggravare.
Nelle parole Tsipras sembrerebbe fare capo a questa seconda opzione ma, come si suol dire, Verba volant.

Occidente, quanto sei fragile?

7 Gennaio 2015.
Philippe, uomo anonimo con un lavoro qualunque, con una vita qualunque (talvolta insoddisfacente), vive nella 10 Rue Nicolas-Appert. In questa fredda mattina dell’inverno francese Philippe si sveglia e si ritrova catapultato nel centro di Baghdad, in qualche angusta stradina di Nassiriya, da qualche parte nel grigio ghetto di Gaza.
Dal tepore del suo letto, Philippe capisce: la Francia è “sotto attacco!”.
La stessa impressione è quella avuta l’11 Marzo 2004 da Beatriz, giovane donna Madrilena, oppure da Jhon, uomo d’affari londinese, il 7 Luglio 2005.
L’Occidente “portatore di pace” si ritrova, ogni volta con la medesima sorpresa, in un clima di guerra. Lo stesso presidente Hollande lo ha dichiarato all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo “la Francia è in guerra!”.

In guerra dunque… ma contro chi?
Si è detto che gli attentatori fossero francesi è quindi una guerra civile? No, gli attentati erano di matrice islamica!
Si tratta allora di una guerra religiosa? No, è una guerra contro “l’estremismo islamico e il terrorismo”.

«O genti, state attente all’estremismo in fatto di religione, perché popoli del passato sono stati distrutti a causa del loro estremismo».

Noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle tribù, in quel che è stato dato a Mosé e a Gesù, e in quel che è stato dato ai Profeti dal Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. A Lui noi siamo sottomessi.

La prima citazione si ritiene sia stata proferita da Maometto, mentre la seconda è tratta dal Corano. Risulta evidente che l’estremismo islamico di cui si parla è cosa ben diversa dall’ Islam. Fugando ogni teoria complottista di cui in questa sede non si vuole parlare, sarebbe bene chiamare le cose con il proprio nome, non utilizzare parole ad arte per creare confusione e generare sospetto verso “l’altro”.
I fatti di Parigi si sono trasformati nella più becera propaganda sionista, anti-islamica e nell’affermazione del “cavaliere portatore di pace e dall’armatura lucente” occidentale.

Per quanto riguarda il “terrorismo” il problema diventa etico. Esiste un terrorismo buono e uno cattivo? Si può attuare una distinzione netta tra il terrorismo generato dai tre uomini di Parigi e quello condotto dai numerosi raid aerei che a partire dal 2003 gli Stati Uniti, con l’appoggio delle “forze di pace europee” hanno condotto sulle popolazioni di Iraq e Afghanistan?

L’Europa, il cuore culturale dell’occidente, si è svegliata più fragile che mai.
Non si tratta di una fragilità derivata dall’integrazione in se, come si ostinano a dichiarare alcuni esponenti dei partiti della destra ultranazionalista e xenofoba; la fragilità dell’occidente deriva da un’integrazione incompleta. Aver costretto individui a una mitosi della propria identità. “Va bene il Kebhab, ma la moschea non la vogliamo. Ossequi a Khalil Gibran ma con il velo qui non ci entri!”
Per il futuro non si tratterà di difendere la propria identità, quanto di metterla perennemente in discussione. Domandarsi cos’è l’identità? è qualcosa di fisso e immutabile?

Il titolo di quest’articolo ricopre una duplice veste, quanto è fragile l’occidente inteso come parte geografica del mondo e quanto lo è come identità immobile strenuamente difesa?

Una Rivoluzione Tradizionale?

Nell’ articolo “Cronache dal Venezuela” si è parlato di Rivoluzione Tradizionale, connubio di termini volutamente paradossale.

Il termine deriva dal latino (revolutio  –onis) e nella costruzione di una “teoria rivoluzionaria” occupa un posto fondamentale il diritto di resistenza, declinato dalla teoria politica del filosofo britannico Jhon Locke.

“Contro la tirannide – cioè contro l’esercizio del potere oltre il diritto –  è sempre e comunque giusto ribellarsi.”
[J.Locke]

 In questa frase tanto concisa non vi è specificato il carattere del atto di ribellarsi ma, certamente, “l’esercizio del potere oltre il diritto” rappresenta esso stesso un atto violento.

Arrivando a tempi decisamente più moderni, il poeta e regista teatrale tedesco Bertold Brecht si esprimeva in termini non molto dissimili rispetto a quelli che Locke aveva usato 3 secoli prima;

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono.
[B.Brecht]

Prescindendo dalle citazioni illustri siamo abituati a concepire la Rivoluzione come un cambiamento radicale nelle strutture sociali e, salvo qualche rara eccezione, sempre l’atto rivoluzionario viene collegato a una pratica necessariamente violenta. Un tale dualismo (Rivoluzione-pratica violenta) può essere considerato una costante qualora  venisse posta come assunto imprescindibile la famosa massima attribuita a Machiavelli, “Il fine giustifica i mezzi.
Alcuni autori hanno preferito sottrarre la parola Rivoluzione all’abbinamento con la violenza; autori come Hannah Arendt che, nel suo “Sulla rivoluzione”,  afferma che la pratica rivoluzionaria non è una pratica violenta e può ritenersi compiuta se genera Libertà Politica. La stessa Libertà è, per Aarendt, la sola ragion d’essere della politica (per Machiavelli l’evento rivoluzionario è ineludibilmente violento).
Tale concezione porta la scrittrice di Hannover a considerare come fallimentari le rivoluzioni Francese e Russa, mentre parla di una sostanziale riuscita riferendosi alla rivoluzione Americana.

Ma cosa s’intende con Rivoluzione Tradizionale e perché è fondamentalmente fallimentare?

Senza voler caricare il termine di pesi politici etici o morali, una rivoluzione può essere violenta o non violenta, può portare a un miglioramento o ad un peggioramento delle condizioni sociali, ma quando si è definita una rivoluzione tradizionale, ci si va a riferire non al raggiungimento degli obiettivi rivoluzionari, non alle modalità di conseguimento di tali obiettivi, quanto alla forma di costruzione del processo rivoluzionario.

La Rivoluzione Tradizionale è quella che si muove nel solco dell’evangelizzazione, basandosi sull’affiliazione e il proselitismo per la propria riuscita. Ne deriva che la costruzione di un pensiero critico spetta ad una avanguardia la quale necessita di una massa intellettualmente inerme, una massa “non pensante”, una moltitudine grigia, che anche successivamente, nel periodo post rivoluzionario, sia fedele alla rivoluzione stessa e, soprattutto, non sia in grado di sviluppare pensiero.
Volendo utilizzare, decontestualizzandole, le parole che Thoreau ha utilizzato nel suo “Disobbendienza Civile” riferendosi ad un determinato tipo di servitori dello stato, si potrebbe dire che gli adepti della Rivoluzione tradizionale “hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo”.

Cronache dal Venezuela: tra un popolo meticcio e la retorica nazionalistica

La República Bolivariana de Venezuela, nata da una costola della Gran Colombia, è un paese che dal punto di vista naturalistico lascia senza fiato, incastonato tra la cordigliera andina e il mar dei Caraibi.
La Repubblica, così come i suoi abitanti, vive sulla propria pelle numerose contraddizioni, prima tra tutte “Bienvenidos al Socialismo de la Nada“, un socialismo dove “tutto” appartiene al popolo ma, quel tutto si tramuta molto spesso in “niente”. Logicamente non ci si può aspettare di ottenere tutto e subito ma il problema sottostante la “Rivoluzione Bolivariana” (e non solo a questa) è che si tratta di una Rivoluzione Tradizionale, l’accostamento dei due termini rappresenta di per sé un paradosso.

Certo è che il “popolo” venezuelano è conscio del proprio carattere meticcio, una convinzione di cui anche El Libertador, Simon Bolivar, sembrava tenerne conto:

“No somos indios ni europeos, sino una especie media entre los legitimos propriedarios del pais y los usurpadores…”

Ciononostante chi vive o, più semplicemente, viaggia all’interno dei confini venezuelani non può non notare che una delle parole più ricorrenti negli ambienti “governativi” è Patria, i colori che decorano quasi ogni angolo del paese sono il giallo, il blu e il rosso. Ci si trova dinanzi a una forzata costruzione di una identità nazionale, identità che non solo è smentita da una cultura meticcia ma viene calpestata dalla stessa economia del paese.
Tralasciando i numerosi sforzi atti a rimarcare il carattere socialista della patria, si può sorseggiare un succo di frutta e leggere sul cartone “Hecho en socialismo”, la Nestlè, uno degli emblemi del capitalismo spietato, resta la più grande realtà economica della nazione.

Si è parlato di forzatura nella costruzione di una identità nazionale, ciò non sta a significare che il popolo venezuelano sia privo di una propria identità etnica (o identità etniche).
Anzi è molto frequente assistere alle manifestazioni di tali identità come, ad esempio, in ambito mistico religioso con le diffuse pratiche di santeria.